The Coaching Habit

The Coaching Habit 🧠

The coaching habit

Se ti sei mai trovato a «risolvere problemi» tutto il giorno e a fine giornata hai avuto la sensazione di non aver davvero aiutato nessuno… benvenuto nel club. 😅

Il libro “The Coaching Habit” di Michael Bungay Stanier propone un approccio molto concreto: invece di riempire le persone di consigli, imparare a fare (e sostenere) buone domande. In questa guida vediamo come usare, sul lavoro, le sette domande fondamentali, in versione italiana e orientata ai contesti di team tech.

Nota: non è terapia, non è HR, non è magia. È solo un modo più intelligente di fare conversazioni di lavoro.


Cosa hai in mente? 💭

Nel libro questa è la domanda di apertura ("What’s on your mind?"). Semplice, diretta, quasi disarmante.

L’obiettivo non è “fare small talk”, ma aprire uno spazio sicuro in cui l’altra persona possa portare ciò che davvero conta in quel momento: un problema tecnico, un conflitto con un collega, un dubbio di carriera.

Alcuni accorgimenti pratici:

  • Fai la domanda, poi taci. Il silenzio è parte dello strumento.
  • Evita di aggiungere suggerimenti nella domanda: niente «Cosa hai in mente? Tipo il bug in produzione?».
  • Accetta che la risposta possa non essere ciò che ti aspettavi: è il suo tempo, non il tuo.

Esempi di utilizzo in contesto lavorativo:

  • “Prima di entrare nel merito dello sprint, cosa hai in mente oggi?
  • “Sembra che questa cosa ti pesi parecchio, cos’è che hai davvero in mente adesso?

Questa domanda sposta subito la conversazione dal “parliamo dell’agenda” al “parliamo di te”.

E cos’altro? ➕

La seconda domanda, nel libro, è quasi un tormentone: “And what else?”. L’autore la definisce la domanda magica.

Perché funziona così bene?

  • La prima risposta è raramente la più profonda.
  • Aiuta a evitare il riflesso del consulente, cioè partire subito a dare soluzioni sulla prima cosa che sentiamo.
  • Comunica implicitamente: “C’è spazio per altro, non hai finito il tempo”.

Come usarla senza sembrare un chatbot in loop:

  • Dopo la prima risposta: “Ok, e cos’altro?”
  • Se arriva un secondo livello: “Interessante. C’è altro che vale la pena mettere sul tavolo?”
  • Puoi usarla anche su di te: “Mi sto fissando su questo aspetto… e cos’altro c’è qui per me?”

In pratica, non ti accontenti della superficie. Spesso la vera questione emerge al terzo “e cos’altro?”.

Qual è la vera sfida per te qui? 🎯

La terza domanda ("What’s the real challenge here for you?") è quella che nel libro fa il salto di qualità.

Non chiedi solo “qual è il problema”, ma:

Qual è la vera sfida per te qui?

Ci sono almeno tre effetti utili:

  • Sposti il focus dalla situazione alla persona. Non è più “il progetto”, è come quella persona vive il progetto.
  • Eviti discussioni infinite sui dettagli tecnici che non toccano il nodo reale.
  • Aiuti a distinguere tra rumore (tutto) e segnale (la cosa che blocca davvero).

Esempi concreti:

  • “Capisco che la migrazione è complessa. Qual è la vera sfida per te qui?
  • “Mi hai citato problemi di tempo, priorità e comunicazione. Qual è la sfida principale per te, adesso?

Se vuoi andare ancora più a fondo, puoi aggiungere variazioni suggerite dall’autore:

  • “E per te, personalmente, qual è la vera sfida?”
  • “Se dovessi sceglierne solo una, qual è la sfida vera qui?

Che cosa vuoi davvero? 🎁

La quarta domanda ("What do you want?") nel libro sembra banale, ma è spiazzante.

Spesso nelle conversazioni di lavoro:

  • le persone si lamentano di una situazione,
  • tu cerchi di capire i dettagli,
  • nessuno dice davvero cosa desidera che cambi.

Chiedere “Che cosa vuoi davvero?” obbliga a fare chiarezza su:

  • Esito desiderato: cosa significherebbe, in concreto, che questa situazione è migliorata?
  • Bisogno personale: vuoi supporto? autonomia? riconoscimento? chiarezza?

Qualche formulazione utile:

  • “In questa situazione, cosa vuoi davvero che succeda?
  • “Al di là dei vincoli che abbiamo, qual è il risultato che desideri?
  • “Se fra un mese guardassi indietro, cosa ti farebbe dire: “Ok, è andata bene”?”

In molti casi scoprirai che non è chiaro neanche a chi parla cosa vuole davvero, finché non glielo chiedi.

Come posso aiutarti? 🧩

La quinta domanda ("How can I help?"), nel libro, serve a proteggere sia te che l’altra persona.

Se non la fai, il rischio è:

  • ti prendi addosso implicitamente cose che non dovresti fare,
  • l’altra persona pensa di averti chiesto una cosa, tu ne hai capita un’altra,
  • finite entrambi frustrati.

Chiedere “Come posso aiutarti?”:

  • rende esplicite le aspettative,
  • ti permette di negoziare il tipo di aiuto (non tutto è a carico tuo),
  • responsabilizza l’altra persona a chiedere in modo chiaro.

Varianti pratiche:

  • “Ok, visto tutto quello che abbiamo detto, come posso aiutarti in modo concreto?
  • “Che tipo di supporto ti sarebbe davvero utile da parte mia?”
  • “Cosa posso fare, e cosa invece puoi fare tu?”

Se la richiesta non è sostenibile, puoi riformulare:

  • “Questo non posso prenderlo in carico io, ma posso aiutarti così…

A cosa stai dicendo no? 🚪

Nel libro, questa è la domanda collegata alla scelta e ai confini: “What are you saying no to?”.

Ogni volta che diciamo a qualcosa, stiamo dicendo no a qualcos’altro: tempo, energia, focus, salute mentale, qualità del lavoro.

Portare questa dinamica in superficie è fondamentale per decisioni sane:

“Se dici sì a questa nuova responsabilità, a cosa stai dicendo no?

Esempi di esplorazione:

  • “Accettare questo progetto in parallelo, a cosa ti farà dire no? Tempo per il team? Studio? Recupero?”
  • “Se dici sì a risolvere sempre tu gli incidenti, a cosa stai rinunciando nello sviluppo delle tue competenze?”

Questa domanda aiuta a:

  • rendere visibili i costi nascosti delle decisioni;
  • ragionare in termini di trade-off consapevoli, non di eroismo improvvisato;
  • proteggere sia la persona che il team dal classico “sì a tutto” che poi esplode in burnout.

Che cosa è stato più utile per te? ✅

L’ultima domanda ("What was most useful for you?") chiude il cerchio.

Non è una richiesta di feedback generico, è una domanda di metacognizione: aiuta l’altra persona a fermarsi un secondo e notare cosa porta davvero a casa dalla conversazione.

Perché è così potente, secondo il libro?

  • Rafforza l’apprendimento: nominare ciò che è utile lo rende più memorabile.
  • Ti aiuta a capire meglio cosa funziona nel tuo modo di fare coaching.
  • Fa sentire la persona protagonista del proprio miglioramento, non paziente in terapia.

Formulazioni possibili:

  • “Prima di chiudere: che cosa è stato più utile per te in questa conversazione?
  • “C’è un passaggio o una domanda che ti porti via da qui?

Spesso la risposta ti sorprenderà: non è quello che hai spiegato tu per dieci minuti, ma una singola domanda fatta al momento giusto.

Come portare queste domande nel tuo lavoro 🧱

Qualche suggerimento pratico per trasformare il modello di “The Coaching Habit” in abitudine quotidiana:

  • Non usarle tutte sempre. Scegline due o tre che ti sono più naturali e inizia da lì.
  • Integrale nei rituali esistenti: 1:1, retrospettive, mentoring, momenti di feedback.
  • Allenati al silenzio: fai la domanda, conta fino a cinque nella tua testa prima di parlare.
  • Prendi appunti sulle risposte (anche mentali): ti serviranno per le volte successive.
  • Applicale anche su di te: usa le sette domande quando sei tu a essere bloccato.

Se vuoi andare alla fonte, il riferimento è:

  • Michael Bungay Stanier, “The Coaching Habit: Say Less, Ask More & Change the Way You Lead Forever”, 2016.
  • Esiste anche una versione italiana: “Il coaching è una sana abitudine. Parla di meno, chiedi di più e cambia per sempre la tua leadership”, 2018.

Non ti servirà diventare coach professionista. Ti basterà fare più spesso buone domande e un po’ meno il problem solver onnisciente. Il tuo team ti ringrazierà (magari in silenzio, ma ti ringrazierà). 😉

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