Noia ansiosa: quando la propositività muore (e l’AI fa la brillante) 😵‍💫

Noia ansiosa: quando la propositività muore (e l’AI fa la brillante) 😵‍💫

1 marzo 2026·Sandro Lain
Sandro Lain

Noia ansiosa: quando la propositività muore

Hai presente quella sensazione curiosa per cui sei pieno di task, la board scorre, i ticket chiudono… eppure qualcosa nel team resta fermo? Non è stanchezza pura, non è pigrizia “da divano”, e nemmeno mancanza di talento.

È una forma di noia ansiosa: fai tanto, ma non ti senti autorizzato a cambiare nulla. Ti muovi dentro un recinto. E quando provi ad allungare una mano oltre la rete, qualcuno ti ricorda che “non è prioritario”.

Nel frattempo, l’AI arriva come quel collega iper-propositivo che non dorme mai e ti dice: “Ho 12 idee”. E tu, che hai appena finito un deploy alle 18:57, rispondi con un elegante: “Sì, certo… domani”.

Se l’esecuzione diventa delegabile, il valore si sposta su direzione, giudizio e responsabilità.

La noia ansiosa: fare tanto, dire poco 😵‍💫

La noia ansiosa non è “non ho voglia”. È più subdola: ho voglia, ma non ha senso.

Succede quando il lavoro quotidiano è un flusso continuo di delivery: sprint, milestone, urgenze, micro-ottimizzazioni. E nella testa si forma un pattern: la cosa più sicura da fare è eseguire bene quello che ti viene chiesto.

Il paradosso è che spesso l’azienda dice di volere innovazione, ma premia soprattutto altro: puntualità, ore, ticket, rischio zero. Tutte cose rispettabilissime… finché non diventano l’unico metro.

E allora la propositività si spegne non perché manca l’idea, ma perché manca il terreno dove farla camminare.

Quando l’AI sembra più propositiva di noi 🤖

Oggi l’AI è spesso più “propositiva” degli sviluppatori per un motivo banale: non ha paura.

Non rischia reputazione. Non rischia performance review. Non rischia di essere etichettata come “idealista”.

Fa quello che le chiedi: genera alternative, propone refactor, inventa piani. È una macchina per l’esplorazione, e infatti sembra brillante.

Ma attenzione: questa brillantezza ha un lato ironico.

Se deleghi alla AI anche il momento in cui pensi cosa fare, ti ritrovi in una situazione elegante e pericolosa: un’azienda piena di gente che esegue, e una macchina che suggerisce… senza possedere la realtà.

L’AI può aumentare la velocità, ma non può darti il “perché”. Quello è ancora un problema umano.

È qui che il discorso diventa morale prima che tecnico: quando tutto si accelera, la responsabilità pesa di più, non di meno.

Il problema non è la pigrizia: sono gli incentivi 🎯

Se ti chiedi “perché le persone sono poco propositive?”, spesso la risposta è molto meno romantica di quanto vorremmo.

Le persone fanno ciò che viene premiato. E se l’organizzazione premia:

  • consegna puntuale
  • chiusura ticket
  • ore fatturabili
  • assenza di errori

allora è normale che non premi (o addirittura scoraggi): idee speculative, miglioramenti strutturali, R&D interna, formazione non urgente.

Non è cinismo: è economia emotiva.

Proporre significa esporsi. Esporsi significa poter sbagliare. E in molti contesti aziendali il fallimento “controllato” è un concetto che esiste solo nelle slide.

Rischio reputazionale: il costo invisibile 🧾

Ogni proposta chiede una cosa che molti sistemi organizzativi non sanno gestire: incertezza.

Se il tuo bonus, la tua crescita o anche solo la tua serenità sono legati alla prevedibilità, allora l’innovazione diventa una scommessa ad alto rischio.

E chi scommette quando la casa non paga?

Ownership: quando il prodotto è “di nessuno” 🧩

Un altro acceleratore di noia ansiosa è l’assenza di ownership reale. Se la percezione è:

“Se miglioro qualcosa, l’azienda ci guadagna. Io cosa ottengo?”

allora la motivazione evapora.

Non serve che tutti abbiano stock option, ma serve che il riconoscimento sia legato all’impatto. Altrimenti il sistema diventa un generatore di esecutori efficienti. Che è utile. Finché non ti serve cambiare direzione.

Sovraccarico cognitivo: quando manca l’energia mentale 🧠

Innovare non richiede solo tempo. Richiede energia cognitiva.

Molte persone non sono “inermi”: sono sature. Quando finisci la giornata in modalità difensiva—incastri, contesti, interruzioni, urgenze—non ti resta ossigeno per fare pensiero strategico. Anche se sulla carta ci sarebbe un’ora libera.

Il tempo libero non è innovazione. L’energia mentale sì.

Perché il management non incentiva (anche quando vorrebbe) 🧱

Qui arriva la parte in cui non facciamo finta che il management sia un villain.

La maggior parte dei manager è responsabile di margini, stabilità, cash flow, reputazione. L’esplorazione è difficile da pianificare, difficile da misurare nel breve, e spesso—soprattutto in contesti consulenziali—viene percepita come “ore non fatturate”.

E poi c’è un fatto scomodo: non tutti sanno gestire innovazione.

Gestire innovazione significa creare metriche di esplorazione, proteggere esperimenti, accettare fallimenti controllati, definire confini. È una competenza. Se non ce l’hai, la cosa più razionale da fare è evitarla.

Quindi sì: spesso non è cattiveria. È una forma di conservazione.

Il vero nodo: allineamento degli incentivi ⚖️

Quando guardi l’insieme, emerge un pattern quasi matematico:

  • Il dipendente cerca sicurezza (economica e reputazionale)
  • Il management cerca stabilità (economica e organizzativa)
  • Entrambi vengono misurati su execution

Risultato: un sistema che converge sulla conservazione.

E in quel sistema, l’AI è un acceleratore assurdo: rende l’execution ancora più “comoditizzabile”.

Se prima ti bastava essere un buon esecutore, domani potresti essere un buon esecutore… con un concorrente che esegue tre volte più veloce con la stessa testa (o con meno testa, ma un tool migliore). Bellissimo.

Se ti interessa questo passaggio di responsabilità nel lavoro con l’AI, c’è un filo comune con Comunicare con l’intelligenza artificiale e con L’AI ci ruberà il lavoro?: non è la sostituzione il tema, è la trasformazione del valore.

Più veloce non vuol dire “più profittevole” (se il collo di bottiglia è fuori) ⏳

Qui c’è un’osservazione che sento spesso (e che fa male perché è vera): con l’AI generativa molte aziende pensavano di incrementare i guadagni perché riducevano tempi e costi. Poi però succede una cosa anti-hype: non aumentano i clienti, e non sempre riducono i tempi di progetto percepiti da clienti o stakeholder.

Il motivo è che molti progetti non sono limitati dalla velocità con cui scrivi codice. Sono limitati da:

  • decisioni che arrivano a scaglioni (approvazioni, budget, priorità)
  • dipendenze esterne (team diversi, fornitori, compliance)
  • finestre di rilascio e go/no-go
  • feedback che arriva “quando arriva”

Quindi sì, puoi implementare più velocemente. Ma poi resti in attesa della prossima milestone.

In consulenza questa cosa ha un effetto collaterale molto “umano”: l’accelerazione interna, vista dall’esterno, può sembrare mancanza di lavoro.

Se finisci prima, e il cliente non accorcia le sue finestre di feedback, non è che “hai più tempo”: hai più attesa visibile. E l’attesa visibile, in un contesto dove il valore è spesso misurato in ore e saturazione, diventa benzina per l’ansia:

“Stiamo andando bene… o non c’è abbastanza lavoro in arrivo?”

Paradosso: migliori l’efficienza e ti ritrovi a gestire la percezione che l’azienda faccia fatica a trovare progetti. Non perché sia vero, ma perché il tempo liberato non è stato convertito in un asset riconoscibile.

E qui arriva la seconda trappola: quando hai tempo e non hai attività definite, ma non sai se puoi usarlo per sviluppi interni o formazione, scatta il teatrino mentale.

Posso fare o non posso fare? Se non faccio, poi me ne pento perché “potevo studiare”. Se faccio, rischio di essere accusato di andare fuori perimetro, o di “non essere allineato alle priorità”.

È una forma di ansia organizzativa molto semplice: assenza di regole chiare sul tempo. Non è solo “mancanza di lavoro”, è mancanza di permesso.

Se riduci il tempo di esecuzione ma non aumenti il throughput decisionale, non hai “accelerato”: hai creato attesa.

E qui nasce una nuova versione della noia ansiosa: non sei bloccato perché non sai cosa fare… sei bloccato perché il sistema non sa cosa farti fare tra un checkpoint e l’altro.

La parte interessante (e utile) è che quel tempo “inutilizzato” non è per forza spreco: è capacità. Ma va convertita in qualcosa che l’azienda sappia misurare e proteggere, altrimenti diventa solo ansia mascherata da disponibilità.

È esattamente il punto del pezzo: se la produzione diventa più economica, il vantaggio competitivo si sposta su:

  • definire meglio gli obiettivi (meno rework, meno “abbiamo capito dopo”)
  • aumentare il numero di esperimenti sensati (non il numero di commit)
  • costruire leverage interno (tooling, automazioni, standard)
  • fare spazio all’innovazione governata (non “quando avanza tempo”)

70–20–10: un modello morale (più che una percentuale) 📊

Ogni tanto torna fuori il modello “70–20–10” (delivery, capability building, esplorazione). Portato dentro un’azienda—o peggio dentro una consulenza—suona spesso come fantascienza.

Io lo leggo così: non è un bilancino, è un messaggio.

70%: serve per pagare gli stipendi. Ok.

Ma quel 70% dovrebbe produrre anche conoscenza riutilizzabile: pattern, template, automazioni, lesson learned. Se il delivery non alimenta apprendimento, non stai consegnando: stai consumando persone.

20%: non è “innovazione creativa”. È costruzione di leverage: piattaforme interne, toolkit, standard, capability. Non serve che diventi un prodotto domani. Serve che riduca attrito, aumenti qualità, migliori margini.

10%: è esplorazione mirata. Piccoli esperimenti con una domanda guida: “Può diventare un servizio/asset tra 12–24 mesi?”. Se la risposta è no, forse è solo curiosità (che va benissimo, ma non chiamiamola strategia).

La propositività nasce quando il tempo è legittimato, l’impatto è visibile e il rischio è contenuto.

Come si esce dalla noia ansiosa (senza fare finta di essere Google) 🧭

Non serve una rivoluzione. Serve una struttura minima.

Non “un hackathon ogni tanto”. Non “mettiamo in calendario un’ora al venerdì” (che poi salta sempre). Serve qualcosa di più banale e più serio: un processo che protegga l’esplorazione.

Esempi concreti, senza trasformare tutto in un tutorial:

  • uno spazio di proposta legittimo (anche una semplice review mensile di idee)
  • un budget di tempo dichiarato e difeso
  • criteri di valutazione chiari (impatto, rischio, costo, ritorno)
  • riconoscimento visibile per chi migliora il sistema, non solo per chi “chiude”

Sono cose piccole, ma mandano un segnale gigantesco: pensare è parte del lavoro.

E per gli sviluppatori? La provocazione è questa: nel mondo che arriva, l’abilità più importante potrebbe essere scrivere meno codice e fare più chiarezza.

Chiarezza su obiettivi. Chiarezza su cosa è “done”. Chiarezza su cosa è un miglioramento reale e cosa è solo movimento.

Se vuoi un parallelo su disciplina e contesto (in stile “ok, ma come si resta lucidi?”), c’è anche Mantenere un contesto agentico ricco senza impazzire: cambiano gli strumenti, ma la direzione resta un lavoro umano.

Conclusione: la propositività è una scelta (ma non solo individuale) 🧠

Se sei in quella fase in cui ti senti bloccato, non darti del pigro. Probabilmente stai rispondendo in modo razionale a un sistema che premia prevedibilità.

E se sei dall’altra parte, e “vorresti” più propositività nel team: non chiedere entusiasmo. Cambia le regole del gioco. Allinea incentivi, abbassa il rischio reputazionale, crea spazi protetti.

Perché nel 2026 la parte “manuale e ripetitiva” verrà delegata sempre di più—prima a tool, poi ad agenti, poi a processi automatizzati. Se restiamo solo esecutori, il sistema prima o poi ci tratta come tali.

La call to action implicita è semplice e un filo scomoda:

Smettila di misurare solo il movimento. Inizia a misurare anche la direzione.

E magari domani, quando l’AI ti propone 12 idee, ne scegli una—ma la scegli tu, con un obiettivo vero. Non perché “suona bene”, ma perché serve.

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